Elena Marino - Corsi Balbuzie
 

La mia storia con la balbuzie

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Quando mi sono accorta di balbettare, probabilmente balbettavo già da un po’.  Ma non ero sicura.



La consapevolezza

Frequentavo la 2° elementare in una classe molto numerosa e un giorno, tornando dalla cucina della scuola (avevamo appena imparato a fare il pane) apostrofai un compagno, Em., e gli domandai perché “parlava in quel modo”. Em. infatti balbettava.  Em. mi rispose piccato che potevo rispondere io, visto che parlavo allo stesso modo.  Scoprii in quell’attimo che i miei sospetti erano fondati. Allora, era vero: io parlavo “strano”. Nell’attimo stesso in cui presi coscienza di balbettare io divenni balbuziente.

Piagnucolando, chiesi a mamma se io parlavo male, visto che a scuola mi prendevano in giro (in realtà ero io a scherzare sul compagno) e lei ammise. Ammise e disse che anche zia, da piccola, balbettava.  (Come!) E che anche Em. e Al. (pure Al.??) balbettavano. E che St. invece forse era dislessico. E che era tutta una fortuna, un modo molto comodo per capire subito se chi ci stava di fronte era un amico o uno sciocco da cui stare alla larga.

Mio padre, medico, aggiunse: non ci sono cure perché non è una malattia. Concluse citando due suoi amici e il suo avvocato: tutti e tre balbuzienti. 

In poche ore scoprii quasi tutto: che effettivamente io balbettavo, che anche un difetto può dare vantaggi, e che perfino agli avvocati è permesso balbettare. Io non ero strana: ero soltanto iscritta ad un club molto numeroso (per quanto, anche il club degli sciocchi era molto frequentato).

 

Tanto poi passa


Imparai anche che qualche bambino può perdere la tessera del club della balbuzie: mia zia a 5 anni era soprannominata la Signorina Pe-però. A 6 anni non si bloccava più, ed ormai si chiamava solo Bruna. Io, però, facevo già la seconda elementare… ormai, io e i miei due compagni di classe avevamo la tessera vitalizia.

 

La vergogna

Nei successivi 12 anni ho sperimentato ogni sorta di trucco per non balbettare. Sostituivo la parola difficile con una simile o con una descrizione (la “pizzetta” poteva diventare “quella focaccia lì” oppure “un quadrato con pomodoro e mozzarella”), sillabavo (“la-pi-zze-tta”), usavo gli amici (“per favore, ordinami una pizzetta” – “perché?” – “così”), cambiavo tono di voce. Risultato: trucchi, 10 punti;  frustrazione 100 punti. A volte non funzionava niente, balbettavo alla grande e la pizzetta sembrava un inno all’incontinenza.
Per fortuna, anche un professore del mio liceo era balbuziente.
 


Il tabù

Ogni tanto qualcuno mi suggeriva un nuovo trucchetto. Ma l’esperta di balbuzie ero io. E da presunta esperta dicevo: non si può fare proprio niente! Tutti gli altri dovevano stare zitti. Nessuno doveva sapere che balbettare era un problema! E che ne ero stufa… Mi mostravo forte, in realtà avevo creato un tabù.



Il riscatto
 
A 19 anni mi capitò fra le mani una rivista. C’era la pubblicità di un signore che insegnava a non balbettare. Cuore in gola! Strappai furtivamente la pagina mascherando il rumore con colpi di tosse e spostamenti di sedia, e la misi in tasca. Decisi di infrangere il tabù in un nanosecondo. Obbligai mio padre a portarmi dall’uomo della balbuzie. Papà si comportò come chi vede la propria bimba rivolgersi al cartomante di turno: pagò e si preparò a raccogliere i cocci della disillusione.

Ma sbagliava. La cosa funzionò. Abbastanza.

 

Com’è nato il Centro Counseling Balbuzie

Negli anni successivi ho vissuto ciò che capita alla maggior parte dei balbuzienti che hanno seguito un corso:  grandi risultati iniziali seguiti da cali di rendimento, per poi riprendere in mano la tecnica con sentimenti altalenanti. 

Finchè, un giorno, ho deciso di prendere in mano la situazione ed ho deciso di scoprire qualcosa in più sulla balbuzie.
Seguendo due strade:  studiando da Operatore Balbuzie e soprattutto ascoltando approfonditamente il modo di parlare delle persone che “parlano bene”.


Ascoltando, ascoltando… mi sono resa conto che il modo migliore per non balbettare era applicare in modo cosciente le regole che chi non balbetta usa in modo inconsapevole.  La risposta era lì a portata di mano, potevo smettere di cercare la tecnica magica, e la risposta assomiglia molto all'ortoepìa.


La profonda consapevolezza che la balbuzie non è un problema psicologico mi ha spinto a chiedermi come affrontare il senso di fastidio che accompagna ogni balbettamento.  Ma ancora una volta la risposta era più semplice della domanda: provate a guardare negli occhi una persona che fino a ieri balbettava e oggi può esprimersi liberamente… sono gli occhi della serenità! La risposta era: creatività, confronto, dialogo.


Ho dato vita al Centro Counseling Balbuzie nel 2006, dopo aver  lavorato e sperimentato presso alcune associazioni di balbuzienti per anni.

Da allora, non mi sono più fermata.


 





 


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